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Berkana (Fort Wayne, 10 marzo 2119)

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Messaggio Da Matilde il Dom Mar 31, 2019 11:22 pm

Fort Wayne, 10 marzo 2119 – secondo giorno di missione

“Jerv?
Ho perso una delle mie rune, ieri sera, durante il rito...Ci daresti una mano a cercarla?”


La voce di Mani, allo stesso tempo preoccupata e sollecita come sempre, la riscosse per un attimo dal suo torpore dolente. La cacciatrice alzò gli occhi sulla sciamana – le pitture da guerra che portava, quel giorno solo nere, potevano celare le occhiaie marcate di una notte insonne e solitaria nel bosco, ma non il profondo vuoto in quello sguardo – e annuì, in silenzio. Seguì Mani nel prato, fino al punto in cui la notte prima si erano riuniti nel circolo rituale, delimitato dalle venticinque rune. Bjorn e Rolf erano già lì, a scrutare accigliati tra l’erba appiattita e il terriccio smosso.

Jerv abbassò gli occhi. Le sue spalle non erano dritte, quel giorno; era come se un immenso peso gravasse su ogni suo movimento. Iniziò a osservare il terreno, muovendosi attorno al circolo diligentemente. Meccanicamente.

La sua mente vagava.


Cielo terso, limpido. L’afa di agosto sta già cedendo il passo alla più gradevole aria settembrina. Sono seduti sotto ad un albero nel giardino di Villa Grey, osservando pigramente le nuvole bianche che si rincorrono nelle vastità sopra di loro.

Gira verso l'alto la mano che l’uomo sta sfiorando, in modo da offrirgli il palmo. Poi sospira profondamente e guarda il cielo in lontananza, fissando lo sguardo nel vuoto azzurro. Il suo viso si irrigidisce, la mascella e le spalle si tendono. "Ce lo ricordiamo ancora quello che abbiamo stabilito all'inizio, no? Il...il fatto che tra noi è 'solo sesso', intendo." Pronuncia quelle parole a voce bassa, sforzata, come se si stesse in qualche modo costringendo a farlo.
Il giovane volta la testa di qualche centimetro, il tanto che basta per spostare lo sguardo sulla ragazza.
"Ha importanza ricordarlo?" chiede fugace, con un filo di voce.

I suoi occhi sono azzurri, gentili. Così dannatamente azzurri. Così dannatamente gentili...

"...cazzo..." mormora lei. Inspira bruscamente a quella domanda, serrando del tutto gli occhi per un attimo. Poi li riapre. Continua a fissare ostinatamente il cielo per lunghi, interminabili secondi, seguendo il moto di qualche piccola nuvola lontana, portata da venti veloci. Il suo volto si contrae in un'espressione combattuta, quasi dolente. Poi sembra rilassarsi e sospira di nuovo.
Stringe appena le dita attorno a quelle del giovane e inclina il capo verso di lui. "...forse no..." sussurra soltanto.


Ecco. In quel momento. Era stato proprio in quel momento che qualcosa in lei aveva ceduto.
Si era sentita così...strana. Così...confortata. Così innaturalmente...in pace.
Si era lasciata andare.
Di nuovo. Di nuovo, dannazione.
Non aveva ancora capito...possibile che non lo avesse ancora imparato?
Tenere a qualcuno...Tenere a qualcuno in quel modo, fino a quel punto...
Era inutile.
Era peggio che inutile.
Era dannoso.
Perché poi, tanto, la gente moriva. O se ne andava.

La forza di quel ricordo – non voluto, non gradito, doloroso – la colpì più di una fucilata. Per un attimo si sentì mancare il fiato. Digrignò i denti, in un ringhio trattenuto.

Era finita. Era finita davvero.

Il suo Ragazzo Gentile – tutto ciò che era stato quello strano, inatteso ultimo anno, iniziato come una mera ripicca e diventato...diventato tanto, troppo importante per lei – era svanito. In qualche attimo improvviso. In una vampata di orrore.

Era come essere trascinata di nuovo nei suoi più vecchi, tremendi incubi, in quell’estate dei suoi quattordici anni in cui aveva imparato cosa volesse dire la perdita. Era come allora – le fiamme, il dolore, l’impotenza di non poterlo salvare. Era peggio di allora...perché stavolta non trovava più nemmeno rabbia, in sé. Non aveva un bersaglio. Aveva solo dolore...

Un luccichio nel prato, tra gli steli schiacciati.
Un riflesso quasi impercettibile a terra attrasse il suo sguardo, acuto come sempre malgrado la tempesta vuota nel suo animo, mentre camminava meccanicamente avanti e indietro nel punto dove la notte prima avevano tracciato il circolo.

Gli altri non lo avevano notato - stavano cercando altrove. Ma i suoi occhi erano migliori.

Lì...ecco. Proprio dietro al punto dove la notte prima Jerv stessa era rimasta in piedi, durante il rituale. Esattamente lì – lì ad attendere lei?

La cacciatrice si inginocchiò a terra e raccolse delicatamente la piccola runa, quasi completamente nascosta tra l’erba. Le era difficile prenderla: con gli artigli le era sempre difficile maneggiare oggetti minuti, ma ormai, dopo anni, aveva sviluppato una certa pratica. La raccolse. La cullò per un attimo sul palmo della mano, osservandone l’incisione.

“Mani,” disse soltanto, con voce piatta, inespressiva. “Ecco.”

La sciamana, lodando gli occhi pronti della cacciatrice, accorse subito, comprensibilmente sollevata per l’aver ritrovato la runa – perdere una runa era, dopotutto, un avvenimento davvero di cattivo auspicio. Jerv non disse nulla. Si limitò a tendere la propria mano e lasciò cadere l’oggettino sul palmo della donna.

Il cuore le batteva forte, ora. Percepiva qualcosa di strano nell’aria, quasi una sorta di sussurro, appena oltre la soglia del percepibile.

“...Berkana,” mormorò.
Quella runa, la runa smarrita, la runa che lei – proprio lei – aveva ritrovato...tra tutte le possibili, quella runa era proprio Berkana. Ed era dritta.

Jerv volse le spalle alla sciamana e a tutti gli altri e si incamminò con passo greve su per la collina, diretta verso il corpo centrale del forte. Il suo incedere era ancora affaticato, oppresso. Senza speranza, lo si sarebbe detto, senza vitalità alcuna. Spento.

Eppure...eppure, ad un certo punto, alzò lo sguardo dai propri passi, fermandosi per un momento a scrutare la collina...o forse molto più in là. Trasse un sospiro profondo, dolente.

Berkana.” Mormorò di nuovo tra sè, quasi incredula, scuotendo il capo come se cercasse di capire - o forse di accettare – il messaggio che quella runa le aveva voluto portare.

Continuava a sentirsi morta, dentro. Come qualcosa che esisteva, anziché vivere.

Ma sapeva – aveva sempre saputo; ed ora, era costretta a ricordarlo ancora una volta - che vi è un limite oltre cui il dolore non può portare, a meno di non mutarsi in autodistruzione.
E sapeva che ogni seme muore, prima di poter germogliare.

Matilde
Ribelli

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