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Messaggio Da Matilde il Mer Ago 30, 2017 9:33 am

Li aveva guardati partire da lontano, nascosta tra i cumuli di macerie al limitare del campo dove viveva la gente dello Squadrone XXX.

Li aveva guardati e basta, senza proferire parola. Non parlava con nessuno da giorni, del resto, da quando le era stata comunicata la notizia. Li aveva salutati allora, e poi era rimasta in silenzio.

Sembravano pronti a viaggiare leggeri e determinati a muoversi spediti. Del resto, la strada fino alle terre dei Cree era lunga.

Jerv sapeva, in cuor suo, che non li avrebbe più rivisti.

Comprendeva la loro decisione: ciò che restava del loro Clan aveva bisogno di una guida spirituale per riprendersi e di un uomo-medicina per affrontare la stagione avversa che presto sarebbe giunta. Loro erano più utili al Clan là, quindi dovevano andare. Jerv, d’altro canto, sapeva fare al meglio una sola cosa: uccidere. E dunque il suo posto era in quelle terre riarse, in quell’infinito esilio con la Ribellione, lì dove il suo migliore talento poteva essere messo al servizio del Clan; lì dove ogni soldato della Tiranna sventrato era un nemico in meno per la sua gente. Lì, in quella guerra che era nata per combattere, in quella guerra che non poteva non amare.

Ma comprendere non voleva dire accettare.

Osservò le loro sagome svanire in lontananza, finché nemmeno i suoi occhi acuti riuscirono più a distinguerle e la sua gemella svanì tra le onde di calore della strada, diventando nient’altro che un miraggio o un ricordo. Il sole ancora torrido del tardo pomeriggio aveva sciolto la pittura di guerra sul suo viso in striature nerastre sulle sue guance, così stranamente simili a lacrime. Ma era solo sudore, ovviamente...

“Ho sempre vissuto per voi...forse è tempo che inizi a vivere per me stessa”
, mormorò con voce strozzata, rivolta al nulla.

Si allontanò di buon passo, quasi di corsa, lungo le strade tortuose, ignorando gli sguardi perplessi della poca gente che incontrava. Si diresse senza indugio verso la periferia della città, nei sobborghi malconci dove ancora si aggiravano gli sbandati dell’esercito della troia di Urania; la notte calò mentre la cacciatrice varcava il confine tra la “zona sicura” in mano ai Ribelli e quella ancora da...ripulire. La giovane si muoveva con cautela, fiutando, allerta, eppure mossa da un’insaziabile rabbia. Aveva solo un pugnale al fianco...ma quello non era più un problema.

°°°

Tornò al campo a notte fonda, con le braccia lorde di sangue fino ai gomiti e qualche ferita superficiale a cui pareva non fare alcun caso. La stanchezza le appesantiva le membra, eppure non provava alcuna soddisfazione per quella caccia. Alcun sollievo. Aveva scovato le sue prede, aveva ucciso, aveva ucciso, aveva ucciso ancora...senza nemmeno nutrirsi, perché non ne provava il desiderio. Ora si sentiva come...annebbiata; quasi stordita. Si trascinò faticosamente alla sua tenda e si buttò sul giaciglio, crollando senza nemmeno togliersi l’armatura intrisa di sangue, sudore e polvere; d’improvviso si sentiva innaturalmente torpida. Non era semplice spossatezza fisica: si sentiva bruciare, e la sua mente era lenta e greve come durante un’altissima febbre. Ma non era possibile...lei non si ammalava più.

Non posso essere malata...Fu il suo ultimo pensiero coerente, prima di sprofondare in un inquieto dormiveglia; le ombre della tenda vuota parevano danzare attorno al suo corpo inerte, sbeffeggiando la sua improvvisa debolezza...

°°°

Si destò con un gemito, in un bagno di sudore, tirandosi a sedere di scatto sul giaciglio scomposto. Ogni centimetro del suo corpo pareva in fiamme; sentiva fuoco nelle vene al posto del sangue e la pelle della nuca e delle orecchie pulsava e tirava come se qualcosa al suo interno si stesse sforzando di emergere. Il dolore divenne d’un tratto atroce, la tensione insopportabile; Jerv si portò le mani dietro alle orecchie, sfregando i palmi sulla pelle nel tentativo di darsi sollievo, ma era inutile. Era peggio che inutile. Il dolore aumentò ancora e la cacciatrice soffocò a stento un urlo, mordendosi a sangue l’interno di una guancia. I muscoli del collo si irrigidirono in uno spasmo; la cacciatrice sollevò nuovamente le mani – ma stavolta affondò gli artigli al margine dell’attaccatura dei capelli, e tirò. Brandelli di pelle si lacerarono e si staccarono, eppure senza sanguinare: una sorta di fluido quasi trasparente le colava tra le dita, mentre i lembi si levavano  sfilacciandosi come la buccia di un frutto troppo maturo. La giovane ansimava pesantemente, cercando di controllare il dolore; ad un tratto una fitta lancinante, peggiore delle altre, la trafisse lungo le orecchie. Corse fuori dalla tenda; ancora regnava la quiete spettrale delle ore immediatamente antecedenti l’alba, quelle ore fredde e grevi in cui nulla sembra reale. Sentiva qualcosa colarle lungo la schiena, qualcosa di caldo e appiccicoso che però non era sangue. Rantolò fino a uno dei barili dell’acqua, buttandoci dentro tutta la testa senza esitare.  L’acqua, seppur non fredda, fu allo stesso tempo un balsamo e uno shock sulle sue ferite e la giovane ricominciò a infierire con gli artigli sulle orecchie, lacerando e strappando lo strato superficiale. Per quanto folle potesse sembrare, sentiva che era la cosa giusta da fare; era quello che il suo corpo voleva, no, anelava. L’ultimo brandello di vecchia pelle cedette con uno strappo e Jerv alzò di scatto la testa dall’acqua, boccheggiando a corto di fiato.

Il bruciore nel suo corpo andava rapidamente scemando e la sua mente stava tornando lucida; rimase per qualche minuto accasciata sul barile, cercando di dare un senso a ciò che le era accaduto. L’aria umida della notte solleticava la pelle appena scorticata, eppure...eppure non c’era dolore. Non più. Al suo posto, era rimasta solo la sensazione di qualcosa di strano, qualcosa di...diverso. D’un tratto un fievole rumore attrasse la sua attenzione; mosse un orecchio in quella direzione, cercando di capire di cosa si trattasse...

Mosse un orecchio, e poi si rese conto di ciò che aveva appena fatto.

Le orecchie degli umani...le orecchie degli esseri umani non si muovevano a quel modo.

Deglutì, con un subitaneo nodo alla gola, e si portò con delicatezza le mani alla testa, tastando con i polpastrelli prima i contorni del viso – normali, pareva tutto normale – e poi arretrando verso la nuca...

Le sue dita risalirono lungo il bordo delle orecchie, trovando un padiglione auricolare rigido e dalla forma tutt’altro che umana, allungato e appuntito come...come quello di una lince o di un lupo, e altrettanto ricoperto di...qualcosa che non era la normale peluria di una pelle umana. Qualcosa di folto e soffice. Qualcosa che, al tatto, le ricordava terribilmente della...pelliccia.

Una risata sconnessa le sorse in gola, una risata lievemente isterica e incontrollabile; forse Matwa aveva ragione, dopotutto...

Si rialzò dal barile e lo rovesciò con un calcio, dato che l’acqua era ormai lordata da quel fluido sieroso e dai brandelli di pelle; ora si sentiva...bene, in un certo senso. Rinnovata. Quasi vagamente euforica.
Si avviò di nuovo verso la sua tenda, barcollando leggermente; sentiva che avrebbe dovuto fermarsi a riflettere su ciò che le era appena accaduto, cercare di capire come reagire e come spiegarlo allo Squadrone; eppure, mentre si distendeva di nuovo sul giaciglio, colta, ora sì, solo da una profonda stanchezza, un ultimo pensiero si fece largo nella sua testa...

...stavolta Bjorn mi ammazza...

Emidees, agosto 2117

Matilde
Ribelli

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