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Non c'è due senza tre

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Non c'è due senza tre

Messaggio Da Matilde il Gio Lug 26, 2018 10:39 pm

Urania, caserma del Plotone XXX. Circa una settimana dopo la riunione organizzativa per la missione ad Ovest

Tornò nella sua camera – se così si poteva chiamare lo spoglio stanzino che aveva scovato in un angolo remoto della caserma del Plotone XXX e che aveva attrezzato con un sottile, bitorzoluto materasso sottratto da una delle camerate comuni e con un sacco riempito di erba secca che le fungeva da cuscino. Non c’erano finestre, ma era pur sempre meglio sopportare la mancanza di luce ed aria piuttosto che la presenza dei suoi commilitoni – soprattutto nelle condizioni in cui versava la giovane cacciatrice in quei giorni tormentati.

Le chiazze nere sulla sua pelle sembravano essersi stabilizzate, ma non recedevano.

Il dolore...il dolore andava e veniva, imprevedibile, annichilente, costantemente in agguato. Jerv iniziava a sentirsi preda di quel dolore bastardo, che sorgeva dal nulla e la prostrava a terra, incapace di muoversi e perfino di parlare, inchiodata e impotente come un cerbiatto tra le fauci di un lupo. Iniziava a sentirsene preda, e la cosa non le piaceva per nulla. Perfino il suo corpo ormai la stava tradendo. Occhiaie nere le segnavano il volto smunto e la pelle si tendeva, secca e innaturalmente nera, sugli zigomi alti e sulle guance infossate.

Jane si era offerta di darle qualcosa per placare il dolore, ma la cacciatrice aveva rifiutato – così come continuava a rifiutare le trasfusioni. Preferiva sentirlo, quel dolore, per quanto fosse tremendo da sopportare: meglio soffrire che vagare inebetita dalla morfina, inconsapevole di ciò che il suo corpo tentava di dirle e priva di controllo. Le visite della giovane medico del Centro erano proseguite regolarmente in quei giorni, con grande dedizione; ma, per ora, non avevano dato risultati.

Jerv si chiuse la porta alle spalle con forza, tagliando fuori il mondo; si tolse i vestiti sudici, troppo accaldata per indossarne altri, e si lasciò cadere prona sul giaciglio, con rabbia. Rabbia e dolore. Sembrava non essere rimasto posto per nient’altro nel suo cuore, in quei giorni eterni.

E il dolore, forse chiamato dalla rabbia, ricominciò prontamente a pulsarle nelle vene. Pervase rapido tutto il suo corpo, come un’onda bruciante, come cento altre volte in quell’ultima settimana. Poi però, stranamente – diversamente dagli attacchi precedenti – iniziò a...concentrarsi. Era come se d’improvviso venisse richiamato, riassorbito come un denso liquido oscuro verso un unico punto del corpo di Jerv – la spina dorsale. E...in quell’unico punto...diventò così insopportabilmente intenso, così acuto e lacerante che la cacciatrice avrebbe solo voluto perdere i sensi, piangere, strapparsi la spina dorsale dal corpo pur di non sentire più quell’attizzatoio rovente conficcato nella schiena. Ma non fece nessuna di queste cose. Non urlò neppure – si era imposta di non farlo, affinché gli umani nelle stanze adiacenti non fossero consapevoli del suo dolore. Non mostrate mai le vostre debolezze – risentì nella sua testa la voce sferzante della madre, con i suoi occhi scuri colmi di rimprovero. E Jerv era debole di certo, in quel momento, perciò – proprio come un animale ferito – poteva solo rifugiarsi in una tana buia e cercare di non farsi sentire.

Si morse a sangue l’interno delle guance, soffocando l’urlo ringhiato che le saliva in gola mentre il dolore raggiungeva un nuovo, inusitato picco. Ogni muscolo del suo corpo era contratto allo spasmo e un sudore freddo la ricopriva. Avrebbe potuto vomitare dal dolore, ma sapeva di essere tanto spossata e indebolita da rischiare di soffocarsi. Sputò sul cuscino il sangue misto a saliva che le colava dal taglio in bocca, ansimando pesantemente.

Un anno prima aveva reputato dolorosa la sua precedente mutazione, la comparsa delle orecchie; ma quello era stato niente – niente – rispetto al tormento di quei giorni.

Un’altra fitta, un altro parossismo di sofferenza.

Inarcò la schiena, affondando gli artigli nel materasso, incurante di lacerarlo, alla disperata ricerca di un inesistente sollievo.

Le sembrava quasi di sentire la sua spina dorsale contorcersi, spostarsi, spingere.

No...
Poteva letteralmente sentirlo.

Vertebre di cui fino a quel momento Jerv aveva ignorato l’esistenza cambiarono posizione all’interno del suo corpo, trascinate o forse spinte da nuovi muscoli che andavano formandosi, facendosi prepotentemente largo nella struttura preesistente. Tentò di tirarsi in piedi, terrorizzata, ma il corpo non le rispondeva. Qualcosa stava accadendo alla sua colonna vertebrale e, qualunque cosa fosse, stava interferendo con la sua capacità di muoversi, come se qualcuno gliel’avesse spezzata. Crollò di peso sul materasso, le gambe prive di forze; e lì giacque, mentre per ore eterne il suo corpo cambiava. Non perse i sensi – non ci riusciva. Rimase consapevole di ogni singolo osso che veniva riposizionato o si formava ex novo, percependo i muscoli che si allungavano, i tendini che si allacciavano, la pelle che si estendeva per ricoprire la nuova struttura che si stava definendo. Era...disgustoso. Puramente disgustoso. La cacciatrice tremava violentemente, troppo debole per fare altro – perché tutti i tessuti che stavano crescendo, lo stavano facendo a spese delle riserve del suo corpo.

...Il dolore stava scemando, però.

Jerv trasse un tremulo, sforzato sospiro di sollievo. Man mano che la mutazione si compiva, gli eventi iniziavano a prendere una strada già nota, seppure con un’intensità incredibilmente maggiore che in passato: il dolore diminuì fino a scomparire, mentre il suo corpo scendeva a patti con la novità in esso. Le macchie nere si ritirarono dalla sua pelle, riassorbendosi. Infine – per fortuna – ricominciò a sentirsi le gambe.

Forse – forse – anche per stavolta era finita? Forse poteva iniziare a credere di aver superato anche stavolta la fase di mutazione, di essere sopravvissuta ancora...?

Si costrinse a rilassare i muscoli tesi, mentre una spossatezza infinita prendeva il posto del dolore.

Non si guardò neppure la schiena per controllare cosa fosse accaduto. Lo sapeva già.

Nel suo cuore lo aveva saputo – temuto? Previsto? – dal momento stesso in cui aveva incontrato a Nord l’altra Bestia Maledetta.

Alla base della sua schiena, appena sopra la linea delle natiche, una robusta coda coperta di folta, gonfia pelliccia fulva faceva ora bella mostra di sé, tremulando leggermente al ritmo del respiro della cacciatrice, mentre la giovane esausta sprofondava nel sonno ristoratore che il suo corpo adesso anelava.

Matilde
Ribelli

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